FCA-prestito: ecco cosa non vogliono dirvi

FCA è sempre sulla bocca di tutti e viene spesso aggettivata in modi non proprio lusinghieri. In un periodo difficile come questo, un momento in cui metà delle famiglie italiane (ma non solo) vivono alla giornata sperando che le trattative sindacali ed aziendali per salvare il proprio posto di lavoro vadano a buon fine, ci ritroviamo ad essere particolarmente sensibili a certi argomenti.

FCA e il prestito che fa discutere

L’oggetto del contendere è il famoso prestito di 6.3 miliardi di Euro che FCA avrebbe chiesto ad Intesa San Paolo richiedendo la garanzia statale attraverso SACE, (gruppo Cassa depositi e prestiti, controllato dal ministero dell’Economia), che è stata incaricata di gestire i prestiti di maggiore importo che godono della garanzia pubblica, nell’ambito del provvedimento di sostegno alle imprese colpite dagli effetti del Coronavirus.

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È bene precisare che non abbiamo nessun motivo per schierarci con nessuno, né nutriamo particolare simpatia per la famiglia Elkann che, parlando puramente da appassionati di auto, al netto del lavoro di Sergio Marchionne non ha fatto fin ora molto per rilancaire il made in Italy. Quando però una notizia alza molta polvere ci viene naturale cercare di capirci qualcosa in più, soprattutto quando – come già anticipato – di mezzo ci sono i lavori di migliaia di connazionali.

FCA N.V. è effettivamente una società multinazionale con sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale a Londra, però FCA N.V. si divide a sua volta in tre aziende.

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  • FCA ITALY    🇮🇹 società italiana, precedentemente Fiat Group Automobiles, 34,125 dipendenti, sede a Torino

 

  • FCA U.S. – 🇺🇸 società americana, precedentemente Chrysler Corporation, 90,000 dipendenti circa, sede ad Auburn Hills, area metropolitana di Detroit

 

  • MASERATI – 🇮🇹 azienda italiana, 1,683 dipendenti con sede a Modena

Il prestito garantito che FCA avrebbe richiesto sarebbe da destinare interamente ad FCA ITALY che, come abbiamo visto, è una società italiana con dipendenti italiani assunti nel nostro paese.

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Allora perché la sede legale in Olanda?

Per il semplice fatto che in quei paesi le regole del diritto commerciale sono di facile interpretazione, la giustizia civile per la risoluzione delle controversie è rapida e la tassazione sui dividendi globali – quelli distribuiti agli azionisti dopo aver pagato le imposte sul lavoro e sulla vendita delle automobili in Italia – è più bassa che qua.

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Quindi per farla semplice, FCA Italy paga le tasse in Italia, gli stipendi in Italia e le trattenute vanno a finire – giustamente – nei fondi previdenziali nazionali. Gli operai lavorano a Cassino, a Torino, a Pomigliano, a Melfi, a Modena e sono maestranze italiane, sono i nostri vicini di casa, i nostri fratelli, cugini, amici, amici di amici o – in qualche caso – siamo noi stessi.

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FCA italy appartiene ad FCA che farà dividendi sui quali pagherà le tasse in Olanda ed in Regno Unito ma nel frattempo avrà versato gli oneri dovuti in Italia sulla ricchezza prodotta in patria.

Il problema dello “shopping fiscale” esiste e fa parte di quelle piccole grandi ipocrisie sulle quali abbiamo costruito l’Europa, esattamente come le targhe tedesche o ceche in affitto delle quali molti nostri connazionali si avvalgono per non pagare il superbollo sulle loro M2, RS6 o – più raramente – Giulia Quadrifoglio; magari gli stessi che gridano allo scandalo quando a farlo sono FCA, Luxottica, ENI, ENEL, Campari, Saipem, Cementir, Mediaset, tutte società (alcune anche partecipate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) con sedi in Olanda.

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Purtroppo quando ci sono crisi epocali e devastanti come questa del COVID19 o quella del 2008-2013 successiva al crollo della Lehman Brothers, a pagare la gran parte delle conseguenze sono sempre i lavoratori e le fasce più deboli. Siamo pronti a scommettere che questi 6.3 miliardi di Euro serviranno anche e soprattutto a mantenere i livelli occupazionali, le fabbriche aperte dopo la cassa integrazione, riviste per rispettare le distanze imposte da questa, sconcertante, “nuova normalità” nell’attesa di un vaccino che potrebbe nella migliore delle ipotesi, impiegare ancora molto tempo per essere disponibile per tutti.

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In poche parole, soldi che servono per far sì che 35 mila nostri connazionali (una città come Osimo, o Modugno) possano continuare ad andare ad andare nel vostro Bar, il vostro ristorante, a comprare il giornale per il quale scrivete, il trapano nel negozio di bricolage per il quale lavorate, possano continuare a sognare, a sposarsi, a fare progetti; in poche parole semplicemente a vivere.

L.S.

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Cambia la penna non l’opinione

Ricevo virtualmente da Luca una penna che seppur virtuale scotta. Stavolta a bruciare non è la passione ma la ragione. La stessa ragione che non mi fa sentire quasi mai vicino ai grandi padroni delle aziende automobilistiche. D’altronde non è cosa semplice in tempi recenti amare qualcuno al comando. Non perché se ne invidia il potere, quanto piuttosto perché privo di quella passione che noi appassionati manifestiamo quotidianamente. Ma oggi la passione con il “nuovo scandalo FCA” passa in secondo piano. Leggendo la notizia e snocciolando gli ottimi dati raccolti insieme a Luca le sensazioni sono contrastanti.

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Da un lato prevale l’orgoglio di chi vorrebbe sempre giocare la partita in casa, dall’altro lato invece l’affetto verso chi silenziosamente subisce questo calvario. Molte infatti sono le persone in attesa di un verdetto finale e definitivo. Aspettano con ansia le sorti di FCA e delle loro famiglie che su quello stipendio ci contano per la sopravvivenza. Ecco allora che la vicenda la vivo diversamente conscio di due fattori determinanti. Entrambi manco a dirlo riguardano il denaro. Il primo fattore vede FCA Italy (quindi solo la porzione ITALIANA) chiedere 6,3 miliardi di euro a uno Stato nel quale paga le tasse.

Eh già, vi stupirà saperlo ma gran parte della produzione e delle operazioni di FCA vengono fatte sul suolo italiano. Vien da sé che la società paga una massiccia porzione delle sue tasse proprio nel Belpaese. Il secondo fattore invece richiede conferme che forse non avremo mai. Mi chiedo ripetutamente che fine faranno questi 6 miliardi. Se sono fondamentali per “resuscitare” un mercato ormai defunto ben venga. Mi spiego meglio. Nuovi investimenti portano nuovi modelli che a loro volta portano nuova forza lavoro continuando a foraggiare chi per FCA già ci lavora, ovvero circa 36 mila italiani. Senza contare le numerose aziende nazionali che pur non facendo parte della Exor producono materiali e componenti per le vetture dei nostri marchi.

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Qualora questi 6 miliardi fossero di fondamentale importanza anche le aziende “satellite” ne beneficerebbero. Ecco quindi che questo prestito assume un significato vitale per molti dei nostri concittadini. Qualora fosse davvero così le polemiche starebbero a zero proprio in virtù del fine ultimo che ci accomuna. Senza dubbio va di moda in Italia fare la guerra ad FCA. Aggredire prima gli Agnelli e poi gli Elkann è cosa assai semplice. D’altronde anche loro difficilmente hanno difeso ciò che rappresentano.

Identificandoci con gli operai questa vicenda assume però un significato del tutto diverso. Pensate ai numeri, 36 mila operai, 36 mila famiglie. Un numero troppo importante e troppo consistente per fossilizzarsi sulle polemiche a una delle società italiane con più connazionali “a carico”.

E.C.

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