Lancia Theta 1913: l’Italia insegna come vivere meglio

Oggi per la serie “l’Italia insegna” ecco a voi la Lancia Theta. Non ne avete mai sentito parlare? Tranquilli, in fondo è del tutto normale nella cultura italiana dimenticare le auto che hanno dato lustro al nostro paese. Come sempre scherzo, ma dopo le Alfa Romeo non potevo non parlare di una Lancia. Nel 1913 al Salone di Londra viene presentata la Lancia Theta che pochi mesi dopo entrerà ufficialmente nei listini del marchio italiano. Aveva il compito non facile di rendere il prodotto italiano internazionale in un momento storico che manco a dirlo era complicatissimo.

Lancia Theta

La sua carriera può vantare poco meno di 1700 esemplari. Numeri quasi da record se pensiamo che all’epoca l’auto era ancora un bene complicato da collocare. La Lancia Theta poteva vantare un 4 cilindri in linea, 5.0 cm3 di cilindrata, circa 70cv e la trazione posteriore. All’epoca era una vettura abbastanza all’avanguardia. Era una delle prime a montare un brevetto by Lancia che non passerà alla storia ma rappresenterà una svolta per la sicurezza generale. L’impianto frenante seppur tradizionale e con doppio schema (uno a pedale agiva sulla trasmissione e uno a leva che frenava le ruote posteriori) poteva vantare una chicca. Il cambio era infatti modificato, e azionando il pedale della trasmissione, una catena spingeva il ferodo contro il tamburo applicando una pressione uniforme su tutta la superficie frenante.

Lancia Theta

Un bel passo avanti in termini di sicurezza e forza frenante. Ma non è di questo che voglio parlarvi. La Lancia Theta è stata la prima auto europea a montare un impianto elettrico a bordo offerto come dotazione di serie su ogni esemplare. C’è da fare una premessa. Il sistema seppur modificato ad hoc per svolgere al meglio il suo lavoro sulla Lancia Theta, era di derivazione americana. L’azienda detentrice del brevetto era la Rushmore. Quest’ultima aveva anche il compito di produrre l’impianto nel suo stato embrionale e Vincenzo Lancia aveva grande fiducia in questa nuova e all’epoca rivoluzionaria tecnologia. Era così convinto che avrebbe funzionato da rimuovere parzialmente la classica manovella d’accensione. Essa infatti veniva riposta nella sacca degli attrezzi, ma solo come precauzione in caso di guasti.

Lancia Theta

Ma naturalmente per quanto embrionale questo sistema era già abbastanza completo. Non vantava solo un motorino di avviamento ma anche 4 fari di cui 2 anteriori da 50 candele, 2 supplementari, un faretto posteriore e un generatore. Vera chicca per l’epoca il cruscotto illuminato e il clacson anch’esso “elettrico” azionabile attraverso un bottone. Stregoneria pura se pensiamo che nel 1913 tutta questa tecnologia non era di certo usuale. Ancor più allucinante pensare che 100 anni dopo tutto ciò non solo non ci sconvolge ma diventa parte integrante dell’auto. Fa riflettere. L’evoluzione in questo caso ha portato comodità, praticità e sicurezza. Oggi la stessa evoluzione, gli stessi impianti elettrici, alimentano si i fari, ma soprattutto gli indispensabili schermini.

Un mondo che evolvendosi ha stravolto un concetto così importante come la sicurezza. Mi spiego. Forse, senza schermini pronti a distrarci, non sarebbero neanche necessari tutti questi sistemi di guida autonoma. Non oso immaginare cosa avrebbe pensato Vincenzo Lancia vedendo ora la fine che è stata riservata alle sue adorate vetture. Un marchio ormai inesistente, che prima di morire è stato ingiustamente torturato. Inutile dirvi che il sistema elettrico in “stile” Lancia Theta è stai poi ripreso da tutti gli altri. In Europa nessuno poteva lasciarsi scappare questa occasione. Tutti “copiarono” o comunque presero spunto da questo innovativo sistema. Qualche decennio dopo, una sorella della Lancia rivoluzionò nuovamente il modo di “vedere”, ma questa è un’altra storia. A presto.

Ermanno Ceccherini

Quando è tempo di presentazioni sono sempre un po’ perplesso. Presentarsi può essere una banalità, una prassi semplice e quasi automatica se la si fa istintivamente e senza troppi pensieri. Pensate a quando vi presentate con qualcuno e 10 secondi dopo nessuno dei due ricorda il nome dell’altro. Ma se la presentazione ha un significato più profondo e fa parte di una relazione che si spera essere poi duratura, allora le difficoltà salgono. Ed è questo il caso. Ma va fatta, e allora... Mi presento. Il mio nome è Ermanno è la prima cosa da sapere su di me è che ho un’insaziabile fame... di motori. Ricordo nitidamente il momento in cui questa mia passione è sbocciata. Ero lì, avevo poco meno di 3 anni, e le gambe di mio padre erano il collegamento tra me e una sgargiante Fiat Coupè 16v Turbo. Tenevo con forza lo sterzo tra le mani ed ero affascinato da quel mondo tanto vicino quando misterioso. Qualche anno dopo mi ritrovavo in sella alla mia prima motocicletta, una pitbike, di quelle che si mettono in mano ai ragazzini, e io, poco più che poppante mi troviamo nuovamente difronte a un amore incondizionato per qualcosa che non conoscevo. Sono bastati pochi metri per capire che anche il mondo delle due ruote faceva parte di me; altrettanti per rendermi conto che l’asfalto ha una consistenza tale da non lasciare scampo alla pelle. Primo giorno, prima caduta, primi incoraggiamenti da chi oggi mi guarda da lassù a risalire in sella. E così ho fatto. Da allora non ho più assaggiato l’asfalto, ma continuo ad assaporare il vento in faccia e quel senso di libertà che solo le due ruote sanno darmi. Una decina di anni dopo sono arrivati i 18. Li aspettavo con ansia ma solo perché sapevo che con loro sarebbe arrivata la patente. Tra le mani una MiTo con così pochi cavalli da far sembrare la Coupè una supercar, eppure la legge non mi permetteva di guidare altro. Gli anni passano, e oggi, che ne ho 26, di auto e moto ne ho viste e provate parecchie. Ho sviluppato nel tempo uno strano senso critico. E per critico non intendo tanto la capacità di giudicare quanto piuttosto una ingombrante vena polemica che spesso mi spinge a gettare fango sulle auto moderne. Sarà forse perché tra le mani ho sempre qualche intrigante youngtimer? Chissà, questa è un’altra storia. Questa è una parte di me, tanto altro lo leggerete nei vari articoli. Benvenuti su Piedi Pesanti !

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