Seat Leon 2020: il leone miagolante

È arrivata la nuova Seat Leon e appena l’ho osservata nei primi comunicati ufficiali mi sono chiesto: cosa sta succedendo a Seat? Vi confesso che tra i marchi del gruppo VW ho sempre avuto per Seat e per la Leon grande affetto. La vedevo piacevolmente diversa dalle altre tedesche, e ritenevo scorresse nelle sue vene ancora qualche goccia di sangue iberico. La Leon 2020 a prima vista smentisce tutto ciò in cui finora credevo. Già la versione precedente non era un granché, ma se non altro provava con decisione a distinguersi dalla massa.

 

La quarta generazione (ovvero la 2020) sembra un melting di diverse marche. Il frontale, seppur di chiara ispirazione alla sorella Suv Tarraco, ricorda molto da vicino nelle proporzioni Ford e forse un po anche Mercedes. Focus e Classe A infatti si rivelano simili nella forma affusolata e allungata del cofano, nelle ampie calandre anteriori e nel taglio dei fari, affusolato e incisivo. Forse c’è anche un pizzico orientale in appendici simili a Hyundai i30.  La vista laterale non smentisce la sua appartenenza a un segmento di auto quasi identiche, ma è un male comune per cui non mi sento di criticarla.

Al posteriore troviamo delle linee che riportano alla Opel Astra. Fa da padrone il fascione led che unisce i due gruppi ottici, elemento distintivo delle ultime creazioni tedesche, ma non così caratteristico e innovativo su questa Seat Leon. L’estetica dunque si rivela poco originale ma sicuramente ispirata a linee di successo o comunque ben digerite in questo settore. Fortunatamente non risulta mai spiacevole. La nota positiva è una non somiglianza con la sorellastra Golf, che pur scegliendo un vestito di indiscutibile bruttezza ha a cuore una certa dose di personalità. Molti hanno identificato queste scelte di design come soluzioni semplici, eleganti e ricercate.

 

A mio avviso alla voce design e dunque carattere la Seat Leon pecca un po, e ripensando ad alcune precedenti versioni questa mia sensazione trova fondamento. Non voglio continuare oltre. Basta poco per capire cosa intendo esprimere, ma lascio ogni porta aperta a eventuali rivalutazioni quando la vedremo face to face. Laddove la Seat Leon fa grandi passi avanti è negli interni. La digitalizzazione totale si avverte subito, ma è più calda di quanto si possa immaginare. Il pad centrale del sistema d’infotainment ha dimensioni generose (8,25 pollici) e una marea di funzioni/regolazioni. Piacevole la soluzione con uno slider touch per regolare sempre la temperatura del climatizzatore senza richiamare lo specifico sottomenù. Non è da meno il Seat Digital Cockpit che sostituisce le ormai dimenticate lancette dei sistemi analogici con uno schermo da 10,25 pollici.

Non mancano naturalmente le compatibilità con Apple Car Play, Android Auto e la Sim integrata per sfruttare a 360° le funzioni online e per rimanere sempre connessi con il Seat Connect. Quest’ultimo permette alla Leon di dialogare in tempo reale con lo smartphone e di tenere dunque sempre sotto controllo i parametri della vettura quando siete distanti. I “tedesco-iberici” non dimenticano neanche qualche LED per rendere l’ambiente più accogliente e un impianto stereo Beats per le orecchie più esigenti. Rimanendo sugli interni impressiona la scelta di sostituire la famosa leva del DSG con un manettino in stile Porsche.

Tutto a beneficio di un ambiente più ordinato, e questa pulizia è evidente sulla consolle centrale, sul tunnel e sulle portiere. Un po meno a mio avviso sul volante. Apparentemente pieno di tasti non stupisce per la sua forma, cha anzi, nell’insieme sembra quasi goffo e fuori luogo. Unica nota stonata a mio avviso in un abitacolo ben fatto e dalla buona ergonomia. A prima vista non vi nego che questi interni mi ricordano un’altra vettura presente sul mercato, ma stavolta lascerò a voi indovinare. Oltre a una buona dose di ADAS ormai indispensabili, Seat propone un sistema denominato Travel Assist che include il Cruise Control adattativo e il lane Assist.

Dotazione completa dunque. In fondo c’era da aspettarselo considerando i passi avanti fatti da Seat negli scorsi anni. La cosa che mi ha piacevolmente sorpreso riguarda la piattaforma MQB. Non servono presentazioni. Questa piattaforma è ormai utilizzata su molte vetture del marchio VW, Golf e Octavia comprese. A stupire è il passo, superiore alle sue sorellastre nonostante la componentistica sia simile. Ciò si traduce in maggiore abitabilità e luminosità posteriore nonostante montanti anteriori e posteriori inclinati. Sotto il cofano si parte con un 1000 TSI con potenze da 90 a 110 cv: esso rappresenta l’entry level e sinceramente ritengo sia una scelta sbagliata considerando ormai 90cv insufficienti per questa vettura.

Molto più interessante la dote del 1.5 TSI che conta potenze di 130 e 150cv. Questi “piccoli” TSI stanno avendo un buon successo su Tiguan e Golf. Sono una evoluzione dei vecchi 1.4 TSI, rivisti per colmare alcune lacune in termini di affidabilità di cui vi parliamo in questo articolo. Gli sportivi inoltre apprezzeranno anche il 2.0 TSI da 190cv che al momento rappresenta la punta di diamante per questa Seat Leon ma che presto potrebbe esser surclassato da turbo benzina ancor più performanti. Quest’ultimi equipaggeranno le versioni Cupra, da sempre sinonimo di sportività iberica. Non mancheranno i Diesel, tutti 2000 TDI con potenze da 110 a 150cv.

Ampia scelta nella selezione del cambio: disponibile sia manuale che DSG, anche se l’automatico non sarà disponibile su ogni versione.  Seat non poteva dimenticare una versione TGI ovvero a metano. Ecco allora che i TSI da 130 e 150cv saranno disponibili anche in versione “a gas” con una autonomia dichiarata di circa 450 km. Ultimi ma non meno importanti i motori ibridi. Come sempre parliamo della solita “supercazzola” dei motori accoppiati a unità elettriche da 48v, ma anche di una versione Plug-in Hybrid. I primi sono dei classici 1.5 TSi chiamati per l’occasione eTSI con potenze da 110 a 150cv. La seconda soluzione invece vede il classico 1.4 TSI già visto sulla Golf GTE accoppiato a un pacco batterie che porta la potenza complessiva a 204cv  con una autonomia di 60 km in elettrico.

Gamma completa quindi, nel nome di efficienza ed ecosostenibilità, strizzando l’occhio alle attuali tecnologie tanto di moda tra gli amanti del green. Non mancherà la classica versione Sportstourer ovvero la station wagon che mantiene immutate le caratteristiche della controparte “berlina”. Concludendo. Questa Seat Leon al momento non stupisce più di tanto. Da tempo circolavano notizie che la additavano come game changer ma così non è stato. La Leon si conferma una vettura ben fatta, moderna negli intenti, solida da vedere e da abitare.

 

Ma per cambiare i giochi non basta. Le troppe similitudini con auto della concorrenza la rendono la solita ottima scelta seppur “banalotta”. Venderà bene, perché ha diversi assi nella manica, ma sono convinto che questo segmento abbia bisogno di qualcosa di diverso. Abbia bisogno di un ritorno in grande stile che forse non vedremo mai. Per cambiare i giochi sarebbe necessaria una vettura il cui marchio racchiude un biscione.

Ermanno Ceccherini

Quando è tempo di presentazioni sono sempre un po’ perplesso. Presentarsi può essere una banalità, una prassi semplice e quasi automatica se la si fa istintivamente e senza troppi pensieri. Pensate a quando vi presentate con qualcuno e 10 secondi dopo nessuno dei due ricorda il nome dell’altro. Ma se la presentazione ha un significato più profondo e fa parte di una relazione che si spera essere poi duratura, allora le difficoltà salgono. Ed è questo il caso. Ma va fatta, e allora... Mi presento. Il mio nome è Ermanno è la prima cosa da sapere su di me è che ho un’insaziabile fame... di motori. Ricordo nitidamente il momento in cui questa mia passione è sbocciata. Ero lì, avevo poco meno di 3 anni, e le gambe di mio padre erano il collegamento tra me e una sgargiante Fiat Coupè 16v Turbo. Tenevo con forza lo sterzo tra le mani ed ero affascinato da quel mondo tanto vicino quando misterioso. Qualche anno dopo mi ritrovavo in sella alla mia prima motocicletta, una pitbike, di quelle che si mettono in mano ai ragazzini, e io, poco più che poppante mi troviamo nuovamente difronte a un amore incondizionato per qualcosa che non conoscevo. Sono bastati pochi metri per capire che anche il mondo delle due ruote faceva parte di me; altrettanti per rendermi conto che l’asfalto ha una consistenza tale da non lasciare scampo alla pelle. Primo giorno, prima caduta, primi incoraggiamenti da chi oggi mi guarda da lassù a risalire in sella. E così ho fatto. Da allora non ho più assaggiato l’asfalto, ma continuo ad assaporare il vento in faccia e quel senso di libertà che solo le due ruote sanno darmi. Una decina di anni dopo sono arrivati i 18. Li aspettavo con ansia ma solo perché sapevo che con loro sarebbe arrivata la patente. Tra le mani una MiTo con così pochi cavalli da far sembrare la Coupè una supercar, eppure la legge non mi permetteva di guidare altro. Gli anni passano, e oggi, che ne ho 26, di auto e moto ne ho viste e provate parecchie. Ho sviluppato nel tempo uno strano senso critico. E per critico non intendo tanto la capacità di giudicare quanto piuttosto una ingombrante vena polemica che spesso mi spinge a gettare fango sulle auto moderne. Sarà forse perché tra le mani ho sempre qualche intrigante youngtimer? Chissà, questa è un’altra storia. Questa è una parte di me, tanto altro lo leggerete nei vari articoli. Benvenuti su Piedi Pesanti !

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