L’Italia insegna: Prima Puntata

Scrivo Italia ma leggo patria. Sono fiero della passione che porto avanti e questa “fierezza” mi spinge spesso a fare considerazioni più o meno scomode come quella che leggerete. Non faccio mistero della mia grande affezione nei confronti dei marchi italiani. Fiat, Alfa Romeo, Lancia, Ducati, Moto Guzzi e molte altre occupano un posto speciale nel mio cuore. In questo articolo che potrebbe essere il primo di una lunga serie a tema comune voglio parlarvi di un elemento ormai dimenticato nello stile italiano.

Potrei errare nelle date, nell’elencare i modelli, ma abbiate la pietà di valutare il senso e non la forma. Sulla mia etichetta ho come anno di fabbricazione 1993, vien da se che molte cose del passato mi siano inevitabilmente sfuggite. Era il 1977 quando Alfa Romeo presenta al pubblica l’ultima evoluzione della Giulietta. Nome storico che raccoglieva una enorme eredità. Le linee squadrate non passavano inosservate. È invece passato inosservato un elemento stilistico, ancora timidamente abbozzato. Un elemento quasi impercettibile, ma di fondamentale importanza.

Alfa Romeo sulla Giulietta collegava in modo rudimentale i due fari posteriori utilizzando un fascione a contrasto con la carrozzeria. Una mossa azzardata, un insuccesso estetico per i canoni di inizio anni 80, eppure inconsapevolmente stavano segnando lo stile futuro di numerose case automobilistiche. Passano gli anni, e Alfa Romeo ci riprova. Il posteriore dell’Alfa 90 mostra un elemento stilistico ispirato alla Giulietta ma meno celato. La parte inferiore dei gruppi ottici posteriori è collegata da una fascia catarifrangente con al centro il fanalino della retromarcia.

Anche in questo caso i tempi non erano maturi, e vi spoilero che purtroppo, per Alfa Romeo non lo saranno mai. L’Italia non apprezzò mai. Anni dopo questa soluzione estetica assume sempre più significato. Diventa quasi un tratto distintivo. Accompagnerà infatti il posteriore della iconica 75, della 33 seconda serie, della insaziabile SZ, della lussuosa 164, e potrei continuare ancora. Cosa abbia spinto Alfa Romeo ad abbandonare questo elemento che la contraddistingueva non ci è dato saperlo.

Il senso dell’articolo non è questo. Vorrei farvi riflettere su quanto a volte sia beffarda la storia. Il collegamento dei gruppi ottici su Alfa Romeo è quasi passato al dimenticatoio. A onor del vero già negli anni 70 alcune vetture americane proponevano una tale soluzione. La prima che mi viene in mente, ma non di certo l’unica è la Dodge Charger. Il cenno stilistico è il medesimo, ma la distanza e le diverse tipologie di mercato non permetto il paragone italo-americano. Se non altro però Dodge ha continuato a crederci.

Basta vedere le attuali Charger e Challenger per capirlo. Invece nessuno citando un’Alfa chiama in causa questo elemento. Chiaramente esistono altri dettagli che rendono immediatamente riconoscibili le vetture del Biscione, eppure questo non era da meno. Nel 2017 su alcuni modelli del gruppo VW e nel caso specifico parlo delle Porsche Cayenne e Panamera risorge l’italico elemento stilistico. Le nuove tecnologie led rendono questa soluzione molto semplice e di sicuro impatto scenografico.

Non è un mistero che il gruppo VW abbia piano piano introdotto il “fascione luminoso” su un gran numero di modelli. Audi A8, Audi Q8, Porsche Macan, 911, e ultime ma non meno significative le Seat Tarraco e Leon. Proprio la Leon fa di questo elemento stilistico un punto forte del suo design anche se, permettetemi di dire che il risultato non è paragonabile allo stile Alfa Romeo. La Germania si nutre di ciò che l’Italia “butta”.

 

In conclusione, non voglio tediarmi ulteriormente, ma vorrei farvi riflettere su queste storie, che vi riproporrò parlando sempre di un argomento diverso. Alfa Romeo per prima aveva “lanciato” uno stile poi ripreso anni dopo dai marchi tedeschi, che alla luce dei fatti, pur arrivando secondi hanno saputo valorizzare al meglio un elemento così distintivo. Hanno avuto ragione nel credere in qualcosa che altri avevano abbandonato.  Riflettete dunque, l’Italia non è mai così indietro come vorrebbero farci credere numerosi detrattori del prodotto italico. E questa è solo la prima puntata. Stay Tuned.

Ermanno Ceccherini

Quando è tempo di presentazioni sono sempre un po’ perplesso. Presentarsi può essere una banalità, una prassi semplice e quasi automatica se la si fa istintivamente e senza troppi pensieri. Pensate a quando vi presentate con qualcuno e 10 secondi dopo nessuno dei due ricorda il nome dell’altro. Ma se la presentazione ha un significato più profondo e fa parte di una relazione che si spera essere poi duratura, allora le difficoltà salgono. Ed è questo il caso. Ma va fatta, e allora... Mi presento. Il mio nome è Ermanno è la prima cosa da sapere su di me è che ho un’insaziabile fame... di motori. Ricordo nitidamente il momento in cui questa mia passione è sbocciata. Ero lì, avevo poco meno di 3 anni, e le gambe di mio padre erano il collegamento tra me e una sgargiante Fiat Coupè 16v Turbo. Tenevo con forza lo sterzo tra le mani ed ero affascinato da quel mondo tanto vicino quando misterioso. Qualche anno dopo mi ritrovavo in sella alla mia prima motocicletta, una pitbike, di quelle che si mettono in mano ai ragazzini, e io, poco più che poppante mi troviamo nuovamente difronte a un amore incondizionato per qualcosa che non conoscevo. Sono bastati pochi metri per capire che anche il mondo delle due ruote faceva parte di me; altrettanti per rendermi conto che l’asfalto ha una consistenza tale da non lasciare scampo alla pelle. Primo giorno, prima caduta, primi incoraggiamenti da chi oggi mi guarda da lassù a risalire in sella. E così ho fatto. Da allora non ho più assaggiato l’asfalto, ma continuo ad assaporare il vento in faccia e quel senso di libertà che solo le due ruote sanno darmi. Una decina di anni dopo sono arrivati i 18. Li aspettavo con ansia ma solo perché sapevo che con loro sarebbe arrivata la patente. Tra le mani una MiTo con così pochi cavalli da far sembrare la Coupè una supercar, eppure la legge non mi permetteva di guidare altro. Gli anni passano, e oggi, che ne ho 26, di auto e moto ne ho viste e provate parecchie. Ho sviluppato nel tempo uno strano senso critico. E per critico non intendo tanto la capacità di giudicare quanto piuttosto una ingombrante vena polemica che spesso mi spinge a gettare fango sulle auto moderne. Sarà forse perché tra le mani ho sempre qualche intrigante youngtimer? Chissà, questa è un’altra storia. Questa è una parte di me, tanto altro lo leggerete nei vari articoli. Benvenuti su Piedi Pesanti !

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.